leccio

Il leccio dell’Etna

Salgo la ripida strada di cenere e roccia lavica, “C’è un grosso leccio nel bosco, lo chiamano Ilice di Carrinu“, mi ha detto Alfio. “Proprio sopra il paese di Milo, salendo una strada tra i boschi di leccio nati sopra una antica colata lavica, puoi trovarlo che sovrasta tutto il bosco, accanto ci sono dei ruderi di un vecchio alpeggio”. Mi guardo attorno e sto attento a dove metto i piedi. Rocce di lava tagliente si mescolano a cenere e la pioggia ha creato rivoli di acqua che asportano la poca terra, rendendo il sentiero sconnesso e scivoloso. I lecci che mi circondano sono piuttosto piccoli. Sembrerebbe impossibile trovare una grande pianta in un bosco così giovane. Proseguo tra la nebbia che pian piano si alza. Arrivo ad una grande colata lavica, completamente nuda. Tutto è ovattato ai piedi del grande gigante che sputa fuoco. Da lontano tra i piccoli fusti che si alzano nelle rocce intravedo dei ruderi. Ripiomba improvvisa più fitta la nebbia. Vado un pò a naso, ma “sento”, qualcosa mi avvisa, che sono vicino alla pianta che cerco.

Inaspettato un ramo orizzontale mi si para davanti, quasi forandomi gli occhi. Sono foglie di leccio quelle che vedo dondolare. Seguo con lo sguardo tra la nebbia il ramo che via via si ingrossa. Devo fare parecchi metri per arrivare fino alla sua sorgente, al fusto che lo sorregge. Un raggio di sole attraversa la bianca coltre che tutto assorbe e diluisce. L’enorme albero di colpo magicamente compare . Come un gigante guerriero che esce dal fumo della battaglia o un micidiale mostro mitologico che agita mille mani o ancora come la terribile Medusa che con i suoi capelli ti avvinghia. Gli altri alberi tutt’attorno sono insignificanti e indifese comparse. Sotto la sua cupola verde solo il soffice letto di miliardi di foglie. Gli altri alberi distanti se ne stanno. silenziosi, lasciando spazio alla chioma e alle radici dell’enorme leccio nodoso. Strano. Il bosco di leccio tutto attorno è fittamente composto da esili fusti ma sotto tutta la chioma del vecchio Ilice invece non c’è nulla. Nemmeno l’erba. Il maestoso albero tiene gelosamente per sè il terreno occupato dalle sue radici. Nessuna competizione è possibile col gigante. I giovani alberelli, col massimo rispetto, si tengono ben alla larga dalla sua regale ombra.

Ammiro i secolari rami che corrono a esplorare l’aria, oggi umida di nuvole, altre volte rovente di ceneri vulcaniche. Mi siedo sotto il grande tronco e respiro silenzioso i suoi lenti secoli. Tutto attorno il bosco tace. Mi parla di vite passate, di guerre e di tragedie andate, mi ricorda di come sia sfida il suo essere lì, da immemore tempo, alle pendici roventi del vulcano. Ascolto il suo canto che sale dalla terra, da sotto il suo letto di foglie secche e scricchiolanti. Il buio lento arriva, come sogno mi addormento abbracciato dal ruvido gigante.

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