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Eucalipti

Prepariamo il campo base e una tenda per proteggere l’attrezzatura in caso di un altro acquazzone. Io e Edison scegliamo i due esemplari che ci sembrano più alti. Poi iniziamo a lanciare il sagolino. Io a mano, Renzo, Elia ed Edison col fiondone. Passa quasi un’ora senza risultato. Cambio postazione più volte per cercare il punto migliore da cui lanciare. “Mi sono stancata, allora adesso se prendi il terzo ramo al primo colpo ti pago un litro di birra, altrimenti lo paghi tu” mi apostrofa Luisa guardando gli altri. E’ una sfida che facciamo spesso, ma di solito si scommette su tre lanci. “Ne hai già fatti abbastanza! Uno solo!” Accetto la sfida. Mi concentro, ma tutti continuano a far battute frizzi e lazzi. Butto a terra il sagolino come un bambino “Io non gioco allora. Ho bisogno di concentrarmi”. Quasi nessuno mi dà retta. Mentre cerco un posto diverso per lanciare il silenzio si riappropria delle attività di ognuno. Preparo allora il terreno per un nuovo lancio, lo pulisco dai rametti, livello la zona dove poggiare i piedi. Quasi un rito propiziatorio. Mi concentro e comincio a muovere ritmicamente il braccio, il piccolo spago col sacchetto si muove all’unisono con la mia mano. Chiudo gli occhi dopo aver guardato per l’ultima volta il mio obiettivo.

Il terzo ramo a circa 28 metri. Lancio spesso ad occhi chiusi dopo aver stampato l’ultima immagine dell’albero dentro di me. Si sono girati tutti ad osservarmi ma questa volta nessuno fiata. Conto fino alla decima oscillazione, poi il braccio si carica, tutto il corpo si tende e parte il sacchetto seguito dal filo che si srotola veloce. Eccolo, diritto nella forcella. Perfetto scende fino a terra. Mi giro radioso. Guardo Luisa, fingo un inchino “Mi devi un litro di birra! Lo sapete che non dovete scommettere con me sul sagolino!” mi risponde ridendo “Lo so ma l’ho fatto apposta, altrimenti stavamo qui fino domani. Qualcuno si doveva ben sacrificare!” Quasi contemporaneamente anche Edison col fiondone prende lo stesso ramo. “Perfetto ! Due corde! Prepariamo anche l’altra pianta” dico ai ragazzi che già si danno da fare per installare le funi sul primo albero. Dopo pochi lanci anche qui prendo una bella forcella tra i 27 e i 30 metri. Installiamo la prima corda e poi una seconda di sicurezza. “Edison e Renzo sul primo albero, io e Elia sul secondo, Luisa assistenza a terra. Saliamo fino in cima, posizioniamo le funi poi scendiamo a mangiare, il pomeriggio eseguiamo le misurazioni.” La sera prima avevo chiesto ad Elia se si sentiva di farmi da secondo. Elia è il più giovane del gruppo e il più inesperto, anche se è forse uno tra i più dotati fisicamente per questo lavoro ed è molto attento alle indicazioni che gli vengono impartite. Non fà nulla di testa sua nè si inventava soluzioni alternative quando gli si danno le istruzioni corrette. Per questo era comunque una sicurezza. Sulle sequoie di Roccavione, a quasi 50 metri aveva però quasi perso la testa, per un ramo che gli impediva il passaggio, entrando un po’ nel panico e da allora, anche se poi si era scusato, non l’avevo più fatto salire. Credo che l’avesse capito. E infatti sotto le douglasie di Vallombrosa si era un po’ risentito della mia scelta di confinarlo a terra. Gli avevo spiegato che gli eucalipti potevano essere tra gli alberi più “rognosi” e pericolosi della spedizione. La corteccia che si sfalda, la pioggia che sulla loro pelle liscia li rende estremamente scivolosi, i palchi dei rami molto distanti, per lo meno all’inizio, uno dall’altro, richiedevano una capacità tecnica e una perizia di esecuzione notevole. Mi aveva guardato diritto negli occhi, quel mio figlio a volte taciturno ma essenzialmente devoto. “Si vengo con te, papà”. Sarebbe stata la prima volta che saremmo saliti assieme da soli su un albero di quelle dimensioni.

La prima salita, con le due longe, si rivelò effettivamente molto tecnica. Dal mio albero potevo seguire anche l’arrampicata di Edison. Il suo eucalipto era certamente più ramificato e forse più semplice da salire, rispetto al mio che si ergeva diritto con un unico fusto e rami molto distanziati verso il cielo. Mi sembrava però che l’albero di Edison fosse qualche metro più alto del mio. Contrariamente a quanto mi aspettavo, riuscii a salire fin quasi in cima, nonostante il continuo rastremarsi dei rami. Con l’ultimo ancoraggio ero solo a tre metri dalle ultime foglie. La fame si faceva sentire. “Edison Edison come sei?” boffonchiai nella radiolina ”Quasi in cima, mi manca poco” “Benissimo! Installa la fune e scendiamo per il pranzo!” Lanciammo il nostro richiamo da foresta, come in Venezuela, un grido diverso per ognuno, il grido che caratterizza ogni individuo e permette di localizzarlo con buona approssimazione nel folto della selva, ma anche un grido di felicità condivisa e gioiosa, poi ci calammo fino a terra per mangiare un boccone.

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